Vivere qui
Neue Wege des Zusammenlebens
Die Arbeit an einer gemeinsamen Zukunft setzt eine gemeinsame Betrachtung der Vergangenheit und der Gegenwart voraus.
In dieser Veranstaltungsreihe wollen wir das Verständnis für die Verletztheit der Südtiroler und für den „disagio“ der Italiener in der jeweils anderen Gruppe wecken.
Per costruire un futuro comune è necessario avere una visione comune del passato e del presente.
In questo ciclo di conferenze vorremmo sviluppare la reciproca comprensione del rammarico sudtirolese e del disagio degli Italiani.
Neue Wege des Zusammenlebens
Die Arbeit an einer gemeinsamen Zukunft setzt eine gemeinsame Betrachtung der Vergangenheit und der Gegenwart voraus.
In dieser Veranstaltungsreihe wollen wir das Verständnis für die Verletztheit der Südtiroler und für den „disagio“ der Italiener in der jeweils anderen Gruppe wecken.
Per costruire un futuro comune è necessario avere una visione comune del passato e del presente.
In questo ciclo di conferenze vorremmo sviluppare la reciproca comprensione del rammarico sudtirolese e del disagio degli Italiani.
Download: Anatomia del disagio / Anatomie des „disagio“
Gabriele Di Luca
Einführung / Introduzione Brixen / Bressanone, 050309, Cusanus, Begegnung / incontro Lucio Giudiceandrea / Mauro Minniti
L’incontro di stasera ha un titolo (“Anatomia del disagio”) che fa il verso a un altro titolo (“Anatomia della malinconia”). “L’anatomia della malinconia” (The Anatomy of Melancholy) è un’opera filosofica, pubblicata nel 1621 da Robert Burton. Wikipedia ce la descrive così:
“Nel linguaggio comune la melanconia era sinonimo di tristezza, alterazione dell’umore. Burton considera invece la malinconia una patologia, una malattia della mente, e ne descrive le cause e i sintomi, la prognosi e le possibili terapie proposte nel corso dei secoli. Sebbene da questa descrizione il testo di Burton possa apparire come un testo rinascimentale di medicina, in realtà è un'opera letteraria di pertinenza filosofica, più che scientifica. La malinconia, per Burton, è infatti una manifestazione alla quale è possibile ricondurre qualsiasi altro sentimento, qualsiasi pensiero umano”.
Tentiamo un parallelismo e chiediamoci allora se il “disagio” sia “una manifestazione alla quale è possibile ricondurre qualsiasi altro sentimento” del gruppo che se ne fa portatore. Anche il “disagio”, infatti, può essere interpretato come una forma di malinconia (una malinconia collettiva). Ora, esiste una fenomenologia inoppugnabile del “disagio”? È possibile distinguere in questo fenomeno ciò che sembra essere il frutto di una costruzione polemica e soggettiva da una base oggettiva di dati dei quali il “disagio” sarebbe espressione? È insomma sensato mettersi in cerca delle “cause”, dei “sintomi”, per poter poi formulare una “prognosi” e individuare le possibili “terapie” di questa “patologia” sociale?
Etimologia del disagio
Partiamo dall’etimologia e dal significato della parola. “Disagio” esprime il contrario di “agio” (che significa “comodo), dunque “incomodo” per mancanza di ciò che è necessario o acconcio ai bisogni della vita. In un’altra versione: dal latino “dis-adiacens”, che sta a significare “colui che non è adiacente, colui che non giace presso, colui che non sta vicino a”. Indica quindi un “allontanamento” da qualcosa che è un intero, indica che ci sono delle forze che ci fanno allontanare dalla vita, dalla nostra salute e armonia.
Ma noi qui non stiamo parlando di un generico “disagio”, bensì c’interessa capire il “disagio degli italiani”, è per far ciò è necessario circoscrivere questa “mancanza di ciò che è necessario o acconcio ai bisogni della vita” a un limitato gruppo di persone (gli “italiani”, appunto, vale a dire gli “altoatesini”, gli abitanti dell’Alto Adige che parlano la lingua italiana come loro madrelingua). È a proposito di questi italiani, di NOI italiani, di NOI altoatesini, dunque, che dovremmo misurare il senso dell’allontanamento dalla vita, dalla salute e dall’armonia. E ancora: qual è, nel nostro caso, l’intero rispetto al quale potremmo considerarci “lontani”, “separati”, “disagiati” in quanto “non adiacenti”?
Una formulazione classica (artefici e vittime)
Lasciamo per il momento in sospeso la domanda appena formulata (ci tornerò alla fine). Volendo trovare una formulazione classica del “disagio”, si potrebbe ricorrere a un documento (l’ho scovato in internet) per così dire programmatico. Lo cito senza dilungarmi in una sua presentazione dettagliata. Aggiungerò poi solo qualche nota di commento perché contiene già quasi tutto quello che ci serve.
“Quale è la dimensione, quale è la sostanza del “disagio degli italiani” cui ricorrentemente si fa riferimento in Alto Adige? Esiste, e in che termini ed in che proporzione? Su questi punti la polemica è stata sempre vivace ed ha visto contrapposte visioni spesso profondamente diverse della situazione. C’è chi ha accusato il gruppo italiano di coltivare un vittimismo esistenzialista [sic!] utile solo a giustificare la presenza della Destra politica, che per interesse, dal canto suo, favorirebbe la permanenza di questo stato d’insoddisfazione culturale e sociale in cui essa troverebbe piena legittimazione del proprio operato.
Inutile dire che secondo i gestori pressoché unici dell’autonomia, i vertici della Volkspartei, il disagio degli italiani semplicemente “non esiste”. L’autonomia è un valore che soddisfa tutti i gruppi linguistici, dicono, e le condizioni oggettive della comunità italiana sarebbero più che buone. Tanto da spingere qualcuno, sempre nella Svp, a definire lo stato della Comunità italiana addirittura come “privilegiato” rispetto a quello della “minoranza di lingua tedesca” in un Paese, l’Italia, di sessanta milioni di Italiani.
Che le idee siano profondamente diversificate sull’argomento lo dimostra il fiorire di un dibattito sul fenomeno del disagio del gruppo italiano.
Fra i tanti ad essere intervenuti anche uno dei nomi più prestigiosi del giornalismo austriaco, europarlamentare socialdemocratico, Hans Peter Martin, che qualche tempo fa ha sostenuto di fronte alla stessa platea del popolo della Svp riunita in congresso il concetto che nella “fortezza dell’apartheid altoatesino” la “minoranza”, con tutto ciò che ne consegue, disagi inclusi, non può che essere una, quella italiana. Un pensiero che non è sostanzialmente né di Sinistra (come lo è Hans Peter Martin) né di Destra (come lo è An), ma che è il frutto di una presa d’atto di una situazione complessa e articolata che solo affrontata con coraggio, ma anche senza pregiudizi, può essere forse un giorno risolta”.
Dalle righe appena lette si evince un quadro privo di sfumature. Il “disagio” esiste, non è un argomento pretestuoso utilizzato da una sola parte politica, ma al contrario ha a che fare con la gestione stessa dell’autonomia (è per così dire il suo lato in ombra). Responsabile principale (se non unica) è la SVP, che avrebbe costruito un sistema nel quale gli italiani sono marginalizzati e addirittura impediti (si parla addirittura di “apartheid”) nella possibilità di svilupparsi liberamente, di apprendere il tedesco, fra l’altro, e insomma di partecipare attivamente alla gestione della res publica.
“Tacere e minimizzare – prosegue il documento – (dimostrerebbe) slealtà morale e politica. E’ il buon senso, come sempre, che porta a trovare le soluzioni migliori. E’ però anche la capacità di confrontarsi con la realtà con coscienza critica e aperti anche all’autocritica, quella che al sistema dell’autonomia altoatesina, ed ai personaggi che ne fanno corona, talvolta difetta”.
Interessante questo richiamo all’autocritica. Che ovviamente dovrebbe essere svolta da chi nega o minimizza il “disagio” appena affermato (tra i negazionisti: in primo luogo i “tedeschi”, ma poi anche tutti coloro che “fanno corona” al sistema gestito dai “tedeschi”, chiamiamoli i “collaborazionisti”). Motivo in più per presentare una situazione polarizzata tra artefici e vittime del sistema e rovesciare così il senso storico della “questione sudtirolese” (nata, lo ricordiamo, per segnalare un disequilibrio tra le prerogative del gruppo tedesco e ladino, da un lato, e quello italiano, dall’altro, a svantaggio dei primi due) in quello di una vera e propria “questione altoatesina” (cfr. il libro di Lucio Giudiceandrea).
I due livelli del “disagio”
Ora, presentata così, la questione del “disagio” (che, l’abbiamo visto, si declina in una vera e proria “questione altoatesina”) sembra qualcosa di eminentemente politico. Essa nasce da un giudizio perentorio sulla qualità dell’autonomia provinciale e si spinge (prendendo sul serio l’accusa di trovarci in un sistema di “apartheid”) a negarne o comunque a metterne fortemente in dubbio la legittimità
. Perché, in effetti, è solo negando legittimità all’autonomia che è possibile accusare la SVP di aver marginalizzato ed escluso gli italiani dalla gestione della res publica.
Ma qui è necessario adoperare molta chiarezza. È vero, il modello consociativo sul quale si regge l’autonomia prevede di fatto un governo a titolo “etnico”, però è anche indubbio che uno dei maggiori fattori di debolezza del gruppo linguistico italiano è causato soprattutto dalla frammentazione della sua rappresentanza politica, dipende cioè dal fatto di aver agevolato il dominio incontrastato del gruppo linguistico tedesco (e segnatamente del partito di raccolta sudtirolese) non avendo mai trovato la forza di allestire uno schieramento comune, profondamente radicato sul territorio, e in grado di rivendicare un’interpretazione non sterilmente contraria, ma costruttivamente alternativa a quella proposta dalla SVP o dagli altri partiti “tedeschi” che ultimamente stanno crescendo alla sua destra.
Eppure, c’è chi afferma che il problema non sia solo politico. Chi parla di “disagio” (anche nei termini che abbiamo esaminato sopra) allude ad una condizione di difficoltà che avrebbe a che fare con una debolezza intrinseca, strutturale, del gruppo linguistico italiano. Una debolezza che riguarderebbe aspetti tutt’altro che ideologici. Questo “disagio” sarebbe insomma un prodotto desunto da condizioni di vita peggiori – “in solido” – di quelle esibite dagli altri due gruppi linguistici storicamente residenti nella provincia. E dunque la sua natura (la natura di questo “disagio”) risulterebbe in primo luogo ESISTENZIALE e solo secondariamente ISTITUZIONALE.
A questo proposito, il documento che ho citato era provvisto di un’appendice che riprendeva i dati di una ricerca del Censis (redatta nel 1997 e intitolata “Identità e mobilità dei gruppi linguistici in Alto Adige”), dalla quale trasparirebbero i veri e propri dati del “disagio”. Ecco le conclusioni:
“Nella categoria degli “appagati”, quindi soddisfatti della propria condizione di essere altoatesini, risiede solo il 32% degli italiani dell’intero campione di intervistati contro il 61,7% dei cittadini di lingua tedesca. Il 34,5% degli italiani ha constatato di avere maggiori difficoltà di accesso al mercato del lavoro semplicemente per la propria appartenenza al gruppo linguistico italiano, e ciò contro il 6,4% di tedeschi per i quali evidentemente appartenere a quel gruppo porta solo vantaggi. Ma ancora il 23,5% ritiene discriminante l’essere italiano per quanto riguarda l’accesso alla casa (contro il 2,7% del gruppo tedesco)
; il 21,1% lamenta minori possibilità di carriera contro il 2,7% dei tedeschi. Solo il 33,5% di italiani sostiene di non patire nessuna forma di svantaggio contro il 63,4% dei tedeschi”.
Fermiamoci un attimo qui. Questi dati, come detto, sono stati raccolti una decina d’anni fa, quando il tema del “disagio” era molto più dibattuto di adesso e qualcuno vagheggiava addirittura l’allestimento di un “pacchetto per gli italiani”, una sorta di piccolo statuto d’autonomia all’interno dello statuto d’autonomia, pensando dunque in modo esplicito a una serie di norme per la “tutela” del gruppo linguistico italiano. Mi chiedo e vi chiedo: da allora la situazione è andata peggiorando o è migliorata? Non sarebbe male cercare di capirlo, stasera, magari provando anche a discutere a quale livello (politico, esistenziale, oppure in base a un’interazione dei due) sia ancora opportuno (ed eventualmente in che modo) parlare oggi di “disagio”.
Un problema culturale
Finora ho affrontato la questione del “disagio” (o la “questione altoatesina”) da un punto di vista istituzionale, politico ed esistenziale. Esiste però una dimensione – più legata agli aspetti culturali – che mi preme mettere in luce. Essa deriva (per contrasto) dal senso di appartenenza alla Heimat del gruppo linguistico tedesco. Un senso di appartenenza, quest’ultimo, che non si esprime solamente in modo intuitivo e irriflesso, ma che si deposita quotidianamente in mille testimonianze d’affetto e di considerazione per il paesaggio e le tradizioni di questo luogo. Inoltre, si tratta di un sentimento che consente a molti scrittori e pubblicisti di lingua tedesca di dedicare una continua attenzione ai più svariati aspetti della cultura locale, in una quantità (e anche con una qualità) esorbitante il contributo che su un piano simile offre il mondo di lingua italiana. Per questo motivo vorrei sfruttare una rara eccezione e leggervi un breve testo di un autore locale “italiano” (Enrico De Zordo) che è anche uno dei pochi a confrontarsi in modo esplicito col problema che stiamo trattando. Si intitola “Das Bier unserer Heimat”:
“Giornata oziosa trascorsa a bere chinotto in un bar di Bolzano. Tra le altre cose, mi colpisce un'insegna pubblicitaria affissa a un muro di cemento oltre la strada. È un cartellone gigantesco. Accanto al solito paesaggio dolomitico, vi sono impressi due bicchieri di birra e uno slogan bilingue che vale un trattato di antropologia: “Das Bier unserer Heimat” – “Birra allo stato puro”. Il testo, improntato a un'immediatezza di stile che ricorda il peto di un bove, mi piace per la sua doppia valenza: è la réclame della Forst, ma è anche un involontario aforisma sui novant'anni di sradicamento italiano in Sudtirolo.
Non c'è niente da fare: il riferimento alla Heimat, che in tedesco funziona sempre, sugli italiani non esercita alcun appeal.
Mi torna in mente il pensierino di un mio scolaro, scritto a commento di una lunga discussione in classe, all’indomani del referendum su Piazza della Vittoria: “Gli italiani, da oltre ottant’anni, sono conficcati in Sudtirolo come una spina nell'occhio, come un coltello nella schiena, come una pallottola in fronte, come una spada nel cuore”.
Nella sua attualità impolverata, quest’immagine mi piacque molto e mi piace ancor oggi. Non ha nulla di eccedente. Ritrae una ferita aperta che nessuno ha interesse di rimarginare. Più che un archetipo del delitto, essa è la foto tessera appiccicata sulla carta d’identità della nostra provincia. I tedeschi e gli italiani del Sudtirolo vi sono rappresentati insieme: gli uni esibiti in figura di corpo violato, gli altri a sembianza di corpo estraneo. Di certo, è un ritratto talmente riuscito da indurre a credere che non sia veritiero. Forse è incompleto, o addirittura contraffatto. Non è escluso che sia un fotomontaggio. Ma racchiude un contenuto importante: il vittimismo dei tedeschi e il disagio degli italiani sono le due facce inguardabili della stessa medaglia”.
Questo testo è più denso e problematico di quanto sembra, e meriterebbe un commento approfondito. Intanto, non vorrei vi sfuggisse il tentativo di tematizzare il “disagio” a partire da un’immagine creata essenzialmente dal modo d’intendere l’italianizzazione dell’Alto Adige così come l’hanno sempre concepita i “tedeschi” (“Gli italiani, da oltre ottant'anni, sono conficcati in Sudtirolo come una spina nell'occhio, come un coltello nella schiena, come una pallottola in fronte, come una spada nel cuore”). E perciò diciamo subito che questa immagine serve in realtà a creare un collegamento tra due tipi di vittimizzazione (quella italiana e quella tedesca), lasciandoci intendere che l’ideologia entro la quale ci muoviamo corrisponde anche e soprattutto a un complesso gioco di specchi. La domanda da fare però mi sembra adesso questa: esiste un modo per convincere i “tedeschi” (e dunque anche convincere NOI altoatesini) che gli “italiani” di qui NON SONO conficcati in Sudtirolo come una spina nell’occhio, come un coltello nella schiena, come una pallottola in fronte e come una spada nel cuore? In altre parole: esiste la speranza di declinare l’italianità dell’Alto Adige in un modo che essa non sembri sempre tagliata su misura per stimolare il vittimismo dei “tedeschi”, ma che esprima al contrario una forma di significativo arricchimento? Esiste insomma la possibilità di limitare la deriva vittimistica degli “italiani” affermando che il nostro contributo al benessere e allo sviluppo di questa terra dipende anche da noi? A mio avviso è proprio attivando questo tipo di riflessione che potremmo spezzare l’incantamento negativo del quale siamo ormai da tempo prigionieri. Ed è chiaro che per farlo dovremmo anche essere disposti a chiudere seriamente i conti col nostro passato, operando in prima persona, senza lasciarci ogni volta bloccare dalla prevedibile reazione di rifiuto e chiusura che scatta allorché riceviamo qualche rimprovero o critica dagli “altri” e ci abbarbichiamo a simboli identitari che certo non possono mitigare il nostro “spaesamento”.
Conclusione
Vorrei concludere cercando di rispondere alla domanda che era rimasta in sospeso, quando ho presentato l’etimologia della parola “disagio”. Chiedevo: qual è, nel nostro caso, l’intero rispetto al quale potremmo considerarci “lontani”, “separati”, “disagiati” in quanto “non adiacenti”? Dirò che mi sembrano possibili almeno due risposte, e dall’eventuale scelta di una di queste risposte dovrebbe risultare anche evidente in quale direzione sarebbe più conveniente muoverci.
La prima risposta suona all’incirca così: l’intero rispetto al quale gli altoatesini si sentono “lontani”, “separati” e dunque “disagiati” in quanto “non adiacenti” è l’Italia e ciò a cui essi tendono è un Alto Adige dichiaratamente e senza residui “italiano”. Si tratta con tutta evidenza della posizione di chi non ha ancora pienamente digerito l’evoluzione autonomistica di questa terra e che – senza necessariamente interpretare un sentimento apertamente nazionalistico o addirittura fascista – non è disposto a riconoscere alla provincia di Bolzano uno status particolare. Per questo ci si appella volentieri all’autorità d’istanze universali (del tipo: gli uomini sono tutti uguali) senza fare i conti con la realtà (realtà, ripetiamolo, che è costituita dalla presenza di minoranze linguistiche sul territorio nazionale, da “tutelare” con precisi accorgimenti legislativi).
La seconda risposta (che io prediligo) scorge l’interezza nello stesso microcosmo sudtirolese, da intendere quindi non come semplice somma delle sue parti (italiani, tedeschi, ladini e cittadini d’altra nazionalità, ognuno per così dire al “proprio posto”), ma come un mosaico da rendere quanto più “mobile”, senza tuttavia perdere la specificità di tutte le sue tessere. Qui la parola chiave è allora “partecipazione”. E l’idea di comunità che ne sta alla base non fa leva su ipotetici tratti comuni da evidenziare (a scapito delle differenze). Al contrario, comunità, communitas – come ci ha spiegato il filosofo Roberto Esposito – significa in questo contesto la condivisione di un munus (cioè di un dono) ed ha la funzione d’interpretare l’identità nel suo senso di “scambio”, più che di “proprietà”.
Per attivare una comunità di questo tipo, per renderla possibile, occorre un’alleanza tra tutti coloro i quali – in questa terra – avvertono di non essere disposti in nessun caso a fare a meno degli “altri”, giacché, se quelli venissero a mancare, essi ne riceverebbero un danno anche a proposito della loro stessa identità. Queste persone, peraltro, esistono e operano in mezzo a noi [e proprio da questo “essere in mezzo”, come veri e propri tratti di congiunzione, scaturisce la loro imprescindibile funzione], anche se spesso non hanno la consapevolezza di esercitare una funzione così importante. Forse si tratta allora molto semplicemente di prenderle ad esempio per modellare su di loro la nostra società futura.
Grazie.
Gabriele Di Luca
Einführung / Introduzione Brixen / Bressanone, 050309, Cusanus, Begegnung / incontro Lucio Giudiceandrea / Mauro Minniti
L’incontro di stasera ha un titolo (“Anatomia del disagio”) che fa il verso a un altro titolo (“Anatomia della malinconia”). “L’anatomia della malinconia” (The Anatomy of Melancholy) è un’opera filosofica, pubblicata nel 1621 da Robert Burton. Wikipedia ce la descrive così:
“Nel linguaggio comune la melanconia era sinonimo di tristezza, alterazione dell’umore. Burton considera invece la malinconia una patologia, una malattia della mente, e ne descrive le cause e i sintomi, la prognosi e le possibili terapie proposte nel corso dei secoli. Sebbene da questa descrizione il testo di Burton possa apparire come un testo rinascimentale di medicina, in realtà è un'opera letteraria di pertinenza filosofica, più che scientifica. La malinconia, per Burton, è infatti una manifestazione alla quale è possibile ricondurre qualsiasi altro sentimento, qualsiasi pensiero umano”.
Tentiamo un parallelismo e chiediamoci allora se il “disagio” sia “una manifestazione alla quale è possibile ricondurre qualsiasi altro sentimento” del gruppo che se ne fa portatore. Anche il “disagio”, infatti, può essere interpretato come una forma di malinconia (una malinconia collettiva). Ora, esiste una fenomenologia inoppugnabile del “disagio”? È possibile distinguere in questo fenomeno ciò che sembra essere il frutto di una costruzione polemica e soggettiva da una base oggettiva di dati dei quali il “disagio” sarebbe espressione? È insomma sensato mettersi in cerca delle “cause”, dei “sintomi”, per poter poi formulare una “prognosi” e individuare le possibili “terapie” di questa “patologia” sociale?
Etimologia del disagio
Partiamo dall’etimologia e dal significato della parola. “Disagio” esprime il contrario di “agio” (che significa “comodo), dunque “incomodo” per mancanza di ciò che è necessario o acconcio ai bisogni della vita. In un’altra versione: dal latino “dis-adiacens”, che sta a significare “colui che non è adiacente, colui che non giace presso, colui che non sta vicino a”. Indica quindi un “allontanamento” da qualcosa che è un intero, indica che ci sono delle forze che ci fanno allontanare dalla vita, dalla nostra salute e armonia.
Ma noi qui non stiamo parlando di un generico “disagio”, bensì c’interessa capire il “disagio degli italiani”, è per far ciò è necessario circoscrivere questa “mancanza di ciò che è necessario o acconcio ai bisogni della vita” a un limitato gruppo di persone (gli “italiani”, appunto, vale a dire gli “altoatesini”, gli abitanti dell’Alto Adige che parlano la lingua italiana come loro madrelingua). È a proposito di questi italiani, di NOI italiani, di NOI altoatesini, dunque, che dovremmo misurare il senso dell’allontanamento dalla vita, dalla salute e dall’armonia. E ancora: qual è, nel nostro caso, l’intero rispetto al quale potremmo considerarci “lontani”, “separati”, “disagiati” in quanto “non adiacenti”?
Una formulazione classica (artefici e vittime)
Lasciamo per il momento in sospeso la domanda appena formulata (ci tornerò alla fine). Volendo trovare una formulazione classica del “disagio”, si potrebbe ricorrere a un documento (l’ho scovato in internet) per così dire programmatico. Lo cito senza dilungarmi in una sua presentazione dettagliata. Aggiungerò poi solo qualche nota di commento perché contiene già quasi tutto quello che ci serve.
“Quale è la dimensione, quale è la sostanza del “disagio degli italiani” cui ricorrentemente si fa riferimento in Alto Adige? Esiste, e in che termini ed in che proporzione? Su questi punti la polemica è stata sempre vivace ed ha visto contrapposte visioni spesso profondamente diverse della situazione. C’è chi ha accusato il gruppo italiano di coltivare un vittimismo esistenzialista [sic!] utile solo a giustificare la presenza della Destra politica, che per interesse, dal canto suo, favorirebbe la permanenza di questo stato d’insoddisfazione culturale e sociale in cui essa troverebbe piena legittimazione del proprio operato.
Inutile dire che secondo i gestori pressoché unici dell’autonomia, i vertici della Volkspartei, il disagio degli italiani semplicemente “non esiste”. L’autonomia è un valore che soddisfa tutti i gruppi linguistici, dicono, e le condizioni oggettive della comunità italiana sarebbero più che buone. Tanto da spingere qualcuno, sempre nella Svp, a definire lo stato della Comunità italiana addirittura come “privilegiato” rispetto a quello della “minoranza di lingua tedesca” in un Paese, l’Italia, di sessanta milioni di Italiani.
Che le idee siano profondamente diversificate sull’argomento lo dimostra il fiorire di un dibattito sul fenomeno del disagio del gruppo italiano.
Fra i tanti ad essere intervenuti anche uno dei nomi più prestigiosi del giornalismo austriaco, europarlamentare socialdemocratico, Hans Peter Martin, che qualche tempo fa ha sostenuto di fronte alla stessa platea del popolo della Svp riunita in congresso il concetto che nella “fortezza dell’apartheid altoatesino” la “minoranza”, con tutto ciò che ne consegue, disagi inclusi, non può che essere una, quella italiana. Un pensiero che non è sostanzialmente né di Sinistra (come lo è Hans Peter Martin) né di Destra (come lo è An), ma che è il frutto di una presa d’atto di una situazione complessa e articolata che solo affrontata con coraggio, ma anche senza pregiudizi, può essere forse un giorno risolta”.
Dalle righe appena lette si evince un quadro privo di sfumature. Il “disagio” esiste, non è un argomento pretestuoso utilizzato da una sola parte politica, ma al contrario ha a che fare con la gestione stessa dell’autonomia (è per così dire il suo lato in ombra). Responsabile principale (se non unica) è la SVP, che avrebbe costruito un sistema nel quale gli italiani sono marginalizzati e addirittura impediti (si parla addirittura di “apartheid”) nella possibilità di svilupparsi liberamente, di apprendere il tedesco, fra l’altro, e insomma di partecipare attivamente alla gestione della res publica.
“Tacere e minimizzare – prosegue il documento – (dimostrerebbe) slealtà morale e politica. E’ il buon senso, come sempre, che porta a trovare le soluzioni migliori. E’ però anche la capacità di confrontarsi con la realtà con coscienza critica e aperti anche all’autocritica, quella che al sistema dell’autonomia altoatesina, ed ai personaggi che ne fanno corona, talvolta difetta”.
Interessante questo richiamo all’autocritica. Che ovviamente dovrebbe essere svolta da chi nega o minimizza il “disagio” appena affermato (tra i negazionisti: in primo luogo i “tedeschi”, ma poi anche tutti coloro che “fanno corona” al sistema gestito dai “tedeschi”, chiamiamoli i “collaborazionisti”). Motivo in più per presentare una situazione polarizzata tra artefici e vittime del sistema e rovesciare così il senso storico della “questione sudtirolese” (nata, lo ricordiamo, per segnalare un disequilibrio tra le prerogative del gruppo tedesco e ladino, da un lato, e quello italiano, dall’altro, a svantaggio dei primi due) in quello di una vera e propria “questione altoatesina” (cfr. il libro di Lucio Giudiceandrea).
I due livelli del “disagio”
Ora, presentata così, la questione del “disagio” (che, l’abbiamo visto, si declina in una vera e proria “questione altoatesina”) sembra qualcosa di eminentemente politico. Essa nasce da un giudizio perentorio sulla qualità dell’autonomia provinciale e si spinge (prendendo sul serio l’accusa di trovarci in un sistema di “apartheid”) a negarne o comunque a metterne fortemente in dubbio la legittimità
. Perché, in effetti, è solo negando legittimità all’autonomia che è possibile accusare la SVP di aver marginalizzato ed escluso gli italiani dalla gestione della res publica.
Ma qui è necessario adoperare molta chiarezza. È vero, il modello consociativo sul quale si regge l’autonomia prevede di fatto un governo a titolo “etnico”, però è anche indubbio che uno dei maggiori fattori di debolezza del gruppo linguistico italiano è causato soprattutto dalla frammentazione della sua rappresentanza politica, dipende cioè dal fatto di aver agevolato il dominio incontrastato del gruppo linguistico tedesco (e segnatamente del partito di raccolta sudtirolese) non avendo mai trovato la forza di allestire uno schieramento comune, profondamente radicato sul territorio, e in grado di rivendicare un’interpretazione non sterilmente contraria, ma costruttivamente alternativa a quella proposta dalla SVP o dagli altri partiti “tedeschi” che ultimamente stanno crescendo alla sua destra.
Eppure, c’è chi afferma che il problema non sia solo politico. Chi parla di “disagio” (anche nei termini che abbiamo esaminato sopra) allude ad una condizione di difficoltà che avrebbe a che fare con una debolezza intrinseca, strutturale, del gruppo linguistico italiano. Una debolezza che riguarderebbe aspetti tutt’altro che ideologici. Questo “disagio” sarebbe insomma un prodotto desunto da condizioni di vita peggiori – “in solido” – di quelle esibite dagli altri due gruppi linguistici storicamente residenti nella provincia. E dunque la sua natura (la natura di questo “disagio”) risulterebbe in primo luogo ESISTENZIALE e solo secondariamente ISTITUZIONALE.
A questo proposito, il documento che ho citato era provvisto di un’appendice che riprendeva i dati di una ricerca del Censis (redatta nel 1997 e intitolata “Identità e mobilità dei gruppi linguistici in Alto Adige”), dalla quale trasparirebbero i veri e propri dati del “disagio”. Ecco le conclusioni:
“Nella categoria degli “appagati”, quindi soddisfatti della propria condizione di essere altoatesini, risiede solo il 32% degli italiani dell’intero campione di intervistati contro il 61,7% dei cittadini di lingua tedesca. Il 34,5% degli italiani ha constatato di avere maggiori difficoltà di accesso al mercato del lavoro semplicemente per la propria appartenenza al gruppo linguistico italiano, e ciò contro il 6,4% di tedeschi per i quali evidentemente appartenere a quel gruppo porta solo vantaggi. Ma ancora il 23,5% ritiene discriminante l’essere italiano per quanto riguarda l’accesso alla casa (contro il 2,7% del gruppo tedesco)
; il 21,1% lamenta minori possibilità di carriera contro il 2,7% dei tedeschi. Solo il 33,5% di italiani sostiene di non patire nessuna forma di svantaggio contro il 63,4% dei tedeschi”.
Fermiamoci un attimo qui. Questi dati, come detto, sono stati raccolti una decina d’anni fa, quando il tema del “disagio” era molto più dibattuto di adesso e qualcuno vagheggiava addirittura l’allestimento di un “pacchetto per gli italiani”, una sorta di piccolo statuto d’autonomia all’interno dello statuto d’autonomia, pensando dunque in modo esplicito a una serie di norme per la “tutela” del gruppo linguistico italiano. Mi chiedo e vi chiedo: da allora la situazione è andata peggiorando o è migliorata? Non sarebbe male cercare di capirlo, stasera, magari provando anche a discutere a quale livello (politico, esistenziale, oppure in base a un’interazione dei due) sia ancora opportuno (ed eventualmente in che modo) parlare oggi di “disagio”.
Un problema culturale
Finora ho affrontato la questione del “disagio” (o la “questione altoatesina”) da un punto di vista istituzionale, politico ed esistenziale. Esiste però una dimensione – più legata agli aspetti culturali – che mi preme mettere in luce. Essa deriva (per contrasto) dal senso di appartenenza alla Heimat del gruppo linguistico tedesco. Un senso di appartenenza, quest’ultimo, che non si esprime solamente in modo intuitivo e irriflesso, ma che si deposita quotidianamente in mille testimonianze d’affetto e di considerazione per il paesaggio e le tradizioni di questo luogo. Inoltre, si tratta di un sentimento che consente a molti scrittori e pubblicisti di lingua tedesca di dedicare una continua attenzione ai più svariati aspetti della cultura locale, in una quantità (e anche con una qualità) esorbitante il contributo che su un piano simile offre il mondo di lingua italiana. Per questo motivo vorrei sfruttare una rara eccezione e leggervi un breve testo di un autore locale “italiano” (Enrico De Zordo) che è anche uno dei pochi a confrontarsi in modo esplicito col problema che stiamo trattando. Si intitola “Das Bier unserer Heimat”:
“Giornata oziosa trascorsa a bere chinotto in un bar di Bolzano. Tra le altre cose, mi colpisce un'insegna pubblicitaria affissa a un muro di cemento oltre la strada. È un cartellone gigantesco. Accanto al solito paesaggio dolomitico, vi sono impressi due bicchieri di birra e uno slogan bilingue che vale un trattato di antropologia: “Das Bier unserer Heimat” – “Birra allo stato puro”. Il testo, improntato a un'immediatezza di stile che ricorda il peto di un bove, mi piace per la sua doppia valenza: è la réclame della Forst, ma è anche un involontario aforisma sui novant'anni di sradicamento italiano in Sudtirolo.
Non c'è niente da fare: il riferimento alla Heimat, che in tedesco funziona sempre, sugli italiani non esercita alcun appeal.
Mi torna in mente il pensierino di un mio scolaro, scritto a commento di una lunga discussione in classe, all’indomani del referendum su Piazza della Vittoria: “Gli italiani, da oltre ottant’anni, sono conficcati in Sudtirolo come una spina nell'occhio, come un coltello nella schiena, come una pallottola in fronte, come una spada nel cuore”.
Nella sua attualità impolverata, quest’immagine mi piacque molto e mi piace ancor oggi. Non ha nulla di eccedente. Ritrae una ferita aperta che nessuno ha interesse di rimarginare. Più che un archetipo del delitto, essa è la foto tessera appiccicata sulla carta d’identità della nostra provincia. I tedeschi e gli italiani del Sudtirolo vi sono rappresentati insieme: gli uni esibiti in figura di corpo violato, gli altri a sembianza di corpo estraneo. Di certo, è un ritratto talmente riuscito da indurre a credere che non sia veritiero. Forse è incompleto, o addirittura contraffatto. Non è escluso che sia un fotomontaggio. Ma racchiude un contenuto importante: il vittimismo dei tedeschi e il disagio degli italiani sono le due facce inguardabili della stessa medaglia”.
Questo testo è più denso e problematico di quanto sembra, e meriterebbe un commento approfondito. Intanto, non vorrei vi sfuggisse il tentativo di tematizzare il “disagio” a partire da un’immagine creata essenzialmente dal modo d’intendere l’italianizzazione dell’Alto Adige così come l’hanno sempre concepita i “tedeschi” (“Gli italiani, da oltre ottant'anni, sono conficcati in Sudtirolo come una spina nell'occhio, come un coltello nella schiena, come una pallottola in fronte, come una spada nel cuore”). E perciò diciamo subito che questa immagine serve in realtà a creare un collegamento tra due tipi di vittimizzazione (quella italiana e quella tedesca), lasciandoci intendere che l’ideologia entro la quale ci muoviamo corrisponde anche e soprattutto a un complesso gioco di specchi. La domanda da fare però mi sembra adesso questa: esiste un modo per convincere i “tedeschi” (e dunque anche convincere NOI altoatesini) che gli “italiani” di qui NON SONO conficcati in Sudtirolo come una spina nell’occhio, come un coltello nella schiena, come una pallottola in fronte e come una spada nel cuore? In altre parole: esiste la speranza di declinare l’italianità dell’Alto Adige in un modo che essa non sembri sempre tagliata su misura per stimolare il vittimismo dei “tedeschi”, ma che esprima al contrario una forma di significativo arricchimento? Esiste insomma la possibilità di limitare la deriva vittimistica degli “italiani” affermando che il nostro contributo al benessere e allo sviluppo di questa terra dipende anche da noi? A mio avviso è proprio attivando questo tipo di riflessione che potremmo spezzare l’incantamento negativo del quale siamo ormai da tempo prigionieri. Ed è chiaro che per farlo dovremmo anche essere disposti a chiudere seriamente i conti col nostro passato, operando in prima persona, senza lasciarci ogni volta bloccare dalla prevedibile reazione di rifiuto e chiusura che scatta allorché riceviamo qualche rimprovero o critica dagli “altri” e ci abbarbichiamo a simboli identitari che certo non possono mitigare il nostro “spaesamento”.
Conclusione
Vorrei concludere cercando di rispondere alla domanda che era rimasta in sospeso, quando ho presentato l’etimologia della parola “disagio”. Chiedevo: qual è, nel nostro caso, l’intero rispetto al quale potremmo considerarci “lontani”, “separati”, “disagiati” in quanto “non adiacenti”? Dirò che mi sembrano possibili almeno due risposte, e dall’eventuale scelta di una di queste risposte dovrebbe risultare anche evidente in quale direzione sarebbe più conveniente muoverci.
La prima risposta suona all’incirca così: l’intero rispetto al quale gli altoatesini si sentono “lontani”, “separati” e dunque “disagiati” in quanto “non adiacenti” è l’Italia e ciò a cui essi tendono è un Alto Adige dichiaratamente e senza residui “italiano”. Si tratta con tutta evidenza della posizione di chi non ha ancora pienamente digerito l’evoluzione autonomistica di questa terra e che – senza necessariamente interpretare un sentimento apertamente nazionalistico o addirittura fascista – non è disposto a riconoscere alla provincia di Bolzano uno status particolare. Per questo ci si appella volentieri all’autorità d’istanze universali (del tipo: gli uomini sono tutti uguali) senza fare i conti con la realtà (realtà, ripetiamolo, che è costituita dalla presenza di minoranze linguistiche sul territorio nazionale, da “tutelare” con precisi accorgimenti legislativi).
La seconda risposta (che io prediligo) scorge l’interezza nello stesso microcosmo sudtirolese, da intendere quindi non come semplice somma delle sue parti (italiani, tedeschi, ladini e cittadini d’altra nazionalità, ognuno per così dire al “proprio posto”), ma come un mosaico da rendere quanto più “mobile”, senza tuttavia perdere la specificità di tutte le sue tessere. Qui la parola chiave è allora “partecipazione”. E l’idea di comunità che ne sta alla base non fa leva su ipotetici tratti comuni da evidenziare (a scapito delle differenze). Al contrario, comunità, communitas – come ci ha spiegato il filosofo Roberto Esposito – significa in questo contesto la condivisione di un munus (cioè di un dono) ed ha la funzione d’interpretare l’identità nel suo senso di “scambio”, più che di “proprietà”.
Per attivare una comunità di questo tipo, per renderla possibile, occorre un’alleanza tra tutti coloro i quali – in questa terra – avvertono di non essere disposti in nessun caso a fare a meno degli “altri”, giacché, se quelli venissero a mancare, essi ne riceverebbero un danno anche a proposito della loro stessa identità. Queste persone, peraltro, esistono e operano in mezzo a noi [e proprio da questo “essere in mezzo”, come veri e propri tratti di congiunzione, scaturisce la loro imprescindibile funzione], anche se spesso non hanno la consapevolezza di esercitare una funzione così importante. Forse si tratta allora molto semplicemente di prenderle ad esempio per modellare su di loro la nostra società futura.
Grazie.